INRI, IESUS NAZARENUS REX IUDEORUM

09.01.2019

Il titulus crucis è l'iscrizione, riportata dai quattro vangeli canonici, che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, quando  fu crocifisso, per indicare la motivazione della condanna. 

L'esibizione della motivazione della condanna sopra la croce era prescritta dal diritto romano.

Il titulus identifica anche una reliquia conservata a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce. 

Il pezzo di legno, che fu ritrovato in una nicchia nel 1492 durante lavori di conservazione condotti nella chiesa, ha una parte di iscrizione (presumibilmente, ma senza alcuna certezza, frutto di uno smembramento) in caratteri compatibili con quelli del I secolo, da destra a sinistra (comprese le righe in greco e latino), in tre lingue diverse: ebraico, greco e latino. 

L'ordine della trascrizione, tuttavia, appare diverso da quello riferito da nel vangelo di Giovanni (ebraico, latino e greco). Attraverso un precisa analisi effettuata al carbonio-14, il manufatto è stato datato intorno al X-XII secolo.

Nelle rappresentazioni artistiche della crocifissione si riporta tradizionalmente come titulus le sole quattro lettere «INRI», iniziali dell'espressione latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (letteralmente, «Gesù il Nazareno, Re dei Giudei»), che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. 

Allo stesso modo sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere «INBI», utilizzando il testo greco equivalente ("Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων"). 

I vangeli canonici non concordano con l'iscrizione relativamente al cartiglio che sarebbe stato apposto sulla croce e che avrebbe riportato come motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» riportano i sinottici Vangelo secondo Matteo (27,37) e Vangelo secondo Luca (23,38) mentre l'iscrizione è riportata come «Gesù Nazareno, re dei Giudei» nel Vangelo secondo Giovanni (19,19), dove si riferisce anche che era scritta in ebraico, latino e greco (19,20). Il Vangelo secondo Giovanni afferma anche che i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù fosse il Re dei giudei, ma che si fosse autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, "Ciò che è scritto, è scritto", e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19,21-22).

Nel XX secolo un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin, avanzò l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua haNotzri (u)Melech haYehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno e il Re dei Giudei". 

In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste degli ebrei.

Successivamente il titulus fu descritto nel 570 da Antonino di Piacenza, un pellegrino che vide le reliquie della Passione a Gerusalemme. Tale Antonino riporta la seguente iscrizione: "Hic est rex Iudaeorum", cioè il testo di Matteo.

Una tavola di legno, che la tradizione cattolica ritiene essere parte del titulus, ma che è stata datata al X-XII secolo attraverso la datazione al Carbonio-14, è conservata a Roma, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, insieme a un presunto chiodo della Passione e a frammenti della Vera Croce. Tutti questi oggetti, secondo la tradizione, furono rinvenuti da Elena, madre dell'imperatore romano Costantino I, che nel IV secolo visitò Gerusalemme e fece scavare l'area del Golgota.

Ancora oggi si cerca di comprendere se il cartiglio conservato a Roma possa essere l'originale. Alcuni studiosi affermano che questo sia originale e che sarebbe stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nel sepolcro assieme al corpo di Gesù. La sepoltura, caratterizzata secondo i vangeli dall'utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall'avvolgimento in un sudario, avrebbe avuto tutte le caratteristiche di una sepoltura regale. L'aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù, si accorderebbe con le intenzioni di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo.

Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso al titulus alcuni studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann, che hanno collaborato ad indagini scientifiche necessarie alla datazione del manufatto (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.).

Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell'iscrizione nelle tre lingue (ebraico, greco e latino). Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come per l'ebraico. Nel testo latino è riportata la versione "Nazarinus" anziché "Nazarenus". Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte.

Le fotografie dell'iscrizione, inoltre, vennero fatte esaminare da diversi paleografi (contattati indipendentemente dai tre ricercatori sopra citati), i quali condussero un'indagine paleografica comparativa. In particolare le lettere risultarono perfettamente compatibili con quelle del I sec., confermando, quindi, la possibilità che la reliquia fosse l'originale o almeno una copia fedele dell'originale.

Resta infine il problema se tale copia o presunto originale possa essere quello utilizzato sul monte Calvario. Per chiarire la questione la Santa Sede autorizzò il prelievo di campioni del legno che vennero datati attraverso l'utilizzo del metodo del carbonio-14. I risultati, pubblicati nel 2002, determinarono che il legno risalirebbe all'intervallo tra gli anni 980 e 1150.