INTRODUZIONE
Ci sono gesti che l'essere umano compie senza averli imparati. Respirare è uno di questi.
Prima ancora di conoscere il mondo, prima di pronunciare una parola, prima di riconoscere il proprio volto, l'essere umano respira. Il primo respiro segna l'ingresso nella vita; l'ultimo ne accompagna l'uscita. Tra questi due estremi si svolge l'intera esperienza dell'esistenza: il corpo cresce, la mente conosce, la memoria conserva, il desiderio muove, la paura contrae, l'amore apre, la sofferenza modifica il ritmo del respiro. Ogni emozione lascia nel respiro una traccia e, allo stesso tempo, il respiro può modificare il modo in cui viviamo un'emozione.
Per millenni, in diverse civiltà, l'essere umano ha intuito che in questo movimento apparentemente semplice si nascondeva qualcosa di più profondo.
In India questa intuizione ha dato origine a una delle più complesse elaborazioni spirituali della storia dell'umanità: la conoscenza del prāṇa 1, la forza vitale che attraversa l'organismo e che, nelle tradizioni yogiche, mette in relazione corpo, respiro, mente e coscienza.
Da questa antica ricerca è emerso un vastissimo patrimonio di pratiche, filosofie e discipline. Lo Yoga ne rappresenta una delle espressioni più note. Ma lo Yoga che oggi conosciamo in Occidente, spesso associato soprattutto alle posture corporee, è soltanto una piccola parte di una storia molto più ampia. Per secoli, uomini e donne hanno utilizzato il corpo, il respiro, la concentrazione, il silenzio e la meditazione come strumenti di una ricerca che non aveva come obiettivo soltanto il benessere, ma la trasformazione dell'essere.
È all'interno di questa lunga storia che dobbiamo collocare il Kriya Yoga.
Il termine kriya deriva dalla radice sanscrita kṛ, "fare", "agire", "compiere". Ma ridurre il Kriya Yoga al significato di una semplice tecnica respiratoria significherebbe perdere il suo significato più profondo. Nella prospettiva delle tradizioni che lo hanno trasmesso, il Kriya è una disciplina dell'azione interiore, un metodo attraverso il quale il praticante cerca di trasformare il rapporto tra corpo, energia, mente e coscienza.
La tradizione moderna del Kriya Yoga è legata soprattutto alla figura di Lahiri Mahasaya e alla successiva trasmissione attraverso Sri Yukteswarji e Paramahansa Yogananda. La narrazione tradizionale colloca inoltre all'origine della trasmissione moderna la figura enigmatica di Mahavatar Babaji, presentato come maestro immortale e custode di una conoscenza antica.
Ma proprio qui nasce una delle questioni fondamentali che questo libro intende affrontare.
Dove termina la storia e dove comincia il mito?
E ancora: quali elementi del Kriya Yoga possono essere ricondotti a tradizioni indiane più antiche? Quali appartengono invece alla rielaborazione moderna dello Yoga? In quale momento il Kriya assume la forma che oggi conosciamo? Come è avvenuto il passaggio dall'India tradizionale all'Occidente? E che cosa accade quando una disciplina nata all'interno di un universo religioso viene reinterpretata attraverso il linguaggio moderno della scienza?
Queste domande sono necessarie perché il Kriya Yoga contemporaneo vive precisamente all'incrocio di mondi differenti. È una pratica spirituale. È una disciplina yogica. È inserito in tradizioni religiose. È legato a lignaggi iniziatici e alla relazione tra maestro e discepolo. È una particolare concezione del corpo e del respiro. Ed è diventato, soprattutto nel corso del XX e XXI secolo, oggetto di interpretazioni psicologiche, fisiologiche e neuroscientifiche. Questi diversi livelli non devono essere confusi.
Una delle finalità principali di questo libro sarà quindi quella di distinguere ciò che appartiene alla tradizione spirituale da ciò che appartiene alla ricostruzione storica, ciò che costituisce una credenza religiosa da ciò che può essere sottoposto a indagine scientifica, e ciò che viene presentato come effetto terapeutico da ciò che è realmente sostenuto dalle evidenze disponibili. Questa distinzione non vuole impoverire il Kriya Yoga. Al contrario, vuole restituirgli la sua complessità.
La parola "scienza", infatti, occupa un posto particolare nella storia dello Yoga moderno. Molti maestri hanno descritto lo Yoga come una "scienza" perché esso propone un percorso metodico nel quale l'esperienza spirituale non viene considerata esclusivamente una questione di fede, ma qualcosa che il praticante può sperimentare personalmente attraverso una disciplina.
Tuttavia, la "scienza" dello Yoga e la scienza moderna non sono la stessa cosa.
La prima nasce all'interno di una concezione religiosa e filosofica dell'essere umano. La seconda si fonda su osservazione, misurazione, verifica, confronto dei dati e possibilità di riproduzione dei risultati.
Comprendere questa differenza è essenziale.
La ricerca contemporanea può studiare ciò che accade al corpo durante determinate pratiche respiratorie e meditative. Può misurare variazioni della frequenza cardiaca, della respirazione, dell'attività del sistema nervoso autonomo, dell'attenzione e di altri parametri fisiologici o psicologici. Può interrogarsi sugli effetti dello Yoga sullo stress, sul sonno, sulla percezione del dolore e sulla regolazione emotiva.
Ma da questi dati non deriva automaticamente una dimostrazione scientifica delle interpretazioni metafisiche proprie della tradizione.
La scienza può studiare il respiro. Non può, attraverso una semplice misurazione fisiologica, stabilire l'esistenza del prāṇa nel significato metafisico attribuitogli dalle tradizioni yogiche. Può osservare correlazioni tra una pratica e determinati cambiamenti nel corpo. Non può trasformare automaticamente un'esperienza mistica in una prova dell'esistenza di una realtà trascendente. Questo limite non rappresenta una debolezza. È, piuttosto, una necessaria forma di rigore.
Il Kriya Yoga diventa davvero interessante proprio quando smettiamo di pretendere che religione e scienza dicano la stessa cosa. Esse possono incontrarsi. Possono interrogarsi. Possono illuminare aspetti differenti dello stesso fenomeno umano. Ma non devono essere artificialmente sovrapposte.
Questo libro nasce dunque da una domanda più ampia: perché l'essere umano ha cercato nel proprio respiro una via verso il sacro?
La domanda ci porta molto più lontano del Kriya Yoga. Ci conduce nelle Upaniṣad, dove il prāṇa viene associato alla vita e alla struttura profonda dell'essere; nelle tradizioni dello Yoga, dove il respiro diventa progressivamente oggetto di disciplina; nelle pratiche ascetiche e tantriche, dove il corpo viene reinterpretato come una realtà sottile attraversata da correnti energetiche; nelle tradizioni Haṭha e Nātha, dove il controllo del corpo e del respiro diventa parte di un progetto di trasformazione radicale.
Ci conduce infine alla modernità, quando queste antiche tradizioni vengono rilette attraverso categorie nuove: salute, energia, psicologia, evoluzione, coscienza, neuroscienze e persino fisica. Il viaggio che questo libro propone attraversa dunque secoli e continenti.
Partiremo dalle radici più antiche delle concezioni indiane del respiro e della vita. Esamineremo la formazione dello Yoga e le trasformazioni delle sue pratiche. Cercheremo di comprendere il ruolo del prāṇa, del prāṇāyāma, delle nāḍī, dei chakra e della kuṇḍalinī. Seguiremo quindi l'evoluzione delle tradizioni che conducono al Kriya Yoga moderno.
Incontreremo Lahiri Mahasaya, Sri Yukteswar e Paramahansa Yogananda. Affronteremo la figura di Babaji e il difficile confine tra storia, memoria religiosa e mito. Seguiremo poi il viaggio dello Yoga dall'India all'Occidente e la trasformazione del Kriya da disciplina appartenente a specifici lignaggi spirituali a fenomeno globale. Infine entreremo nel territorio contemporaneo della ricerca scientifica.
Che cosa sappiamo realmente degli effetti della respirazione controllata?
Che cosa sappiamo della meditazione?
Che cosa accade al sistema nervoso?
Quali sono le evidenze sugli effetti dello Yoga sulla salute?
Quali risultati possono essere riferiti specificamente al Kriya Yoga e quali, invece, derivano da studi condotti su altre pratiche yogiche o meditative? E soprattutto: può la ricerca scientifica avvicinarsi all'esperienza della coscienza senza ridurla completamente a un insieme di parametri biologici? Sono domande difficili. Alcune non hanno ancora una risposta definitiva. Ed è proprio per questo che meritano di essere poste.
Il Kriya Yoga può essere considerato, in una prospettiva più ampia, come una delle grandi espressioni della millenaria ricerca umana sulla relazione tra respiro, corpo e coscienza. Il suo interesse non riguarda soltanto chi lo pratica. Riguarda chiunque si interroghi sulla natura dell'essere umano. Perché il corpo non è soltanto materia. Il respiro non è soltanto scambio di gas. La mente non è soltanto pensiero. E l'esperienza religiosa non è soltanto dottrina. Per la tradizione yogica, questi livelli possono entrare in relazione fino a trasformare radicalmente il modo in cui l'individuo percepisce se stesso e il mondo. È qui che emerge il significato più profondo dell'espressione "scienza sacra". Non una scienza alternativa alla scienza moderna. Non una giustificazione pseudoscientifica delle credenze religiose. Ma una forma antica di conoscenza nella quale l'essere umano diventa contemporaneamente osservatore e oggetto dell'osservazione.
Il laboratorio, in questo caso, è il corpo. Lo strumento è il respiro. Il campo di ricerca è la coscienza. E il risultato ricercato è la trasformazione dell'essere. Questa prospettiva permette anche di comprendere perché il Kriya Yoga non possa essere separato completamente dalla dimensione religiosa che lo ha generato. Dietro il respiro esiste una cosmologia. Dietro la disciplina esiste una concezione dell'essere umano. Dietro il controllo dell'energia esiste una particolare visione della relazione tra materia e spirito. Dietro la meditazione esiste una domanda fondamentale: chi sono io? E dietro questa domanda ne compare un'altra, ancora più radicale: che cosa accade quando l'essere umano cerca il divino non soltanto nei templi, nei testi e nei rituali, ma dentro il proprio stesso corpo? Forse è questa la domanda che accompagna l'intera storia dello Yoga. E forse è anche la domanda che rende il Kriya Yoga così attuale.
In un'epoca nella quale il corpo viene continuamente misurato, modificato, allenato e medicalizzato; in un mondo nel quale la mente è sottoposta a una quantità crescente di stimoli; in una società nella quale la ricerca di benessere si è trasformata in un mercato globale, il Kriya propone una prospettiva radicalmente diversa.
Non invita semplicemente a respirare meglio. Invita a osservare il respiro. Non promette soltanto rilassamento. Propone una disciplina dell'attenzione. Non considera il corpo un ostacolo allo spirito. Lo trasforma in una possibile via verso di esso. Ed è forse proprio in questa trasformazione che risiede il suo significato più profondo. Il viaggio che stiamo per intraprendere sarà quindi storico, religioso, filosofico e scientifico. Ma sarà anche un viaggio intorno a una delle esperienze più semplici e misteriose che possediamo. Quella di inspirare. Quella di espirare. Quella di accorgerci, improvvisamente, che dietro ogni respiro c'è una domanda. Chi è colui che respira? E se imparassimo davvero ad ascoltarlo, dove potrebbe condurci quel respiro?